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Ricerca ed etica scientifica: è il momento di dimenticare l’uso degli animali da laboratorio?

È 61 anni che le tre R sono state adottate dal mondo della ricerca scientifica: replace (sostituire); reduce (ridurre); refine (migliorare).

Era l’11 marzo del 2013 quando l’Unione Europea stabilì il divieto di compiere test su animali per cosmetici e prodotti di bellezza nonché di vendere nella stessa UE prodotti di cosmesi testati su animali. Da questa legge sono però rimasti esclusi tutti i detersivi, i prodotti per la pulizia e l’igiene della casa. Per comprendere meglio il quadro legato alla sperimentazione animale è necessario fare però un passo indietro, precisamente ai tempi di Claudio Galeno, tra i più celebri medici dell’antichità nonché il padre della vivisezione, attivo nel II secolo d.C.. Galeno afferma di aver esaminato ossa di scimmie e visceri di numerosi animali traendo da tali studi importanti informazioni sull’anatomia umana e scrivendo oltre cinquecento trattati di medicina che lo resero l’autorità principale in materia fino al XVI secolo.

L’idea che la sperimentazione animale potesse contribuire profondamente allo sviluppo della medicina iniziò però a diffondersi realmente solo dal XVIII secolo. Tra le più importanti scoperte dovute a tale pratica vi sono la dimostrazione della teoria dei germi di Louis Pasteur del maggio 1881: il microbiologo francese riuscì a verificare la sua ipotesi somministrando il vaccino anti-antrace a un gregge di pecore e nessun vaccino a un altro gruppo. Passato un mese dalla prima vaccinazione a entrambi i gruppi di pecore venne iniettata una coltura di batteri antrace: il primo gruppo sopravvisse, mentre tutte le altre pecore morirono.

Un’altra importante teoria, quella del riflesso condizionato, venne dimostrata grazie ai test sugli animali: in questo caso i protagonisti furono i cani di Ivan Pavlov. Compagni fedeli anche nella ricerca scientifica: grazie ai cani venne isolata l’insulina nel 1922; negli anni ’50 fu sviluppato un anestetico volatile più sicuro; nel 1957 Laika fu il primo essere terrestre a viaggiare nello spazio; Albert Starr, negli anni ’60, aprì la strada alla chirurgia sostitutiva della valvola cardiaca negli esseri umani dopo una serie di esperimenti chirurgici sui cani.

Pratiche che, in ogni caso, hanno fin dall’inizio sollevato numerosi dubbi non solo di carattere scientifico, ma anche etico. Già nel 1655 il fisiologo Edmund O’Meara scriveva che “la miserabile tortura della vivisezione pone il corpo in uno stato innaturale“, sostenendo che il dolore subito dall’individuo falsasse i risultati dei test. Mentre, nel 1822, il parlamento britannico emanava la prima legge per la protezione animale che tutelava i diritti di alcuni animali utili all’uomo quali vacche e pecore.

Ad oggi sono numerosi i gruppi, gli studiosi e gli scienziati che cercano di promuovere un trattamento etico degli animali da laboratorio: le tre R della sperimentazione – replace (sostituire); reduce (ridurre); refine (migliorare) – hanno spinto i ricercatori a preferire le nuove tecnologie agli animali, a ridurre il numero di cavie negli esperimenti e a perfezionare i protocolli per arginare la sofferenza animale. Descritte per la prima volta nel 1959 nel libro “The Principles of Humane Experimental Technique“, le tre R sono diventate una pietra miliare della legislazione sulle cavie da laboratorio.

Ma milioni di animali, ogni anno, continuano ad essere utilizzati nella ricerca biomedica. Forse le tre R non bastano più: “è stato un progresso importante nell’etica della ricerca sugli animali, ma non è più sufficiente“, spiega Tom Beauchamp, professore emerito di etica alla Georgetown University.

In un’intervista al docente e a David DeGrazia, bioeticista alla George Washington University, vengono discusse le prassi di sperimentazione e ricerca attuali: per i professori è fondamentale apportare innovazione in campo scientifico, superando modelli di studio ormai obsoleti. Beauchamp sottolinea infatti con forza la necessità di nuovi principi regolatori per quanto concerne ricerca e sperimentazione. Innanzitutto gli animali dovrebbero, secondo DeGrazia e Beauchamp, essere utilizzati solo se non vi sono altre alternative praticabili: “un IACUC [Comitato istituzionale per la cura e l’uso degli animali], ad esempio, dovrebbe poter chiedere a un ricercatore di dettagliare il perché si debbano utilizzare gli animali per un determinato studio“.

Un altro principio da introdurre sarebbe anche quello di quantificare i benefici di una ricerca mettendoli in relazione con la sofferenza animale implicata: “e se i benefici della sperimentazione animale superano i costi, vogliamo che i ricercatori pensino a come possono mitigare, e persino eliminare, eventuali danni causati agli animali durante i loro esperimenti“, continua DeGrazia.

Qualora non fosse possibile fare a meno dell’animale, fondamentale sarebbe inoltre “pensare a come dare a queste creature la migliore vita possibile in laboratorio“, dall’esercizio fisico alla possibilità di non essere completamente abbandonati a se stessi in una minuscola gabbia.

Alcune persone – conclude DeGrazia – hanno espresso perplessità sulle modalità con cui quantificare dati quali i benefici per i pazienti o i danni subiti dagli animali. Sono certo riceveremo critiche sui principi che impongono regolamenti aggiuntivi e rallentano la ricerca. Ma non vi sarà alcun rallentamento nella Scienza se blocchiamo quel tipo di ricerca che non fornisce reali benefici“.


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