Fino a pochi decenni fa, la storia delle società umane sembrava scolpita nella pietra: l’agricoltura, le città e le religioni organizzate erano considerate conquiste progressive, sviluppatesi solo dopo la fine dell’ultima era glaciale, circa 10.000 anni fa. La comunità scientifica guardava con scetticismo alle teorie che sfidavano questo ordine temporale.
Tuttavia le ricerche archeologiche più recenti stanno riscrivendo la cronologia stessa della storia umana, rivelando un passato straordinariamente complesso e sfidando le nozioni consolidate sulle origini delle civiltà. Siti archeologici come Göbekli Tepe, Nazca e Sanxingdui sono testimonianze di un genio creativo e tecnologico ancora da comprendere appieno. Le società umane si svelano così ben più interconnesse e articolate di quanto si sia mai immaginato.
Göbekli Tepe: il Santuario della rinascita
Göbekli Tepe, situato nell’attuale Turchia sud-orientale, è uno dei siti archeologici più straordinari e controversi al mondo. Scoperto nel 1963 e reso celebre solo negli anni Novanta grazie agli scavi di Klaus Schmidt, è composto da enormi strutture circolari, risalenti a circa 11.000 anni fa, molto prima dell’invenzione della scrittura e della ruota.
Il “tempio più antico del mondo” precede di millenni l’avvento dell’agricoltura. Archeologi e ricercatori non ne comprendono ancora il significato: forse un luogo di culto; forse una base di potere sociale o spirituale. Le colossali colonne scolpite con immagini zoomorfe, come tori, serpenti e uccelli, suggeriscono un universo simbolico raffinato in cui si intrecciano simbologia religiosa e animale.
Ma ciò che sorprende maggiormente è la sua costruzione. Un sito così complesso non sarebbe potuto sorgere senza abilità organizzative ed ingegneristiche avanzate, che sfidano le capacità della società rudimentale di cacciatori-raccoglitori che lo popolava. Allora, come è stato possibile?
Göbekli Tepe, con le sue strutture megalitiche, segna un punto di rottura nel nostro concetto di preistoria. Non solo prefigura la nascita di templi e strutture religiose, ma apre uno spiraglio su un passato ancora tutto da decifrare.
Pumapunku: l’architettura impossibile
Sull’altopiano boliviano, a oltre 3.800 metri, si trova Pumapunku, la “porta del puma”, parte del complesso di Tiwanaku. È celebre per l’eccezionale precisione delle sue costruzioni: enormi monoliti di arenaria e andesite, alcuni di oltre 100 tonnellate, sono stati tagliati, levigati e assemblati con una perfezione tale che tra le loro giunture non passa nemmeno la lama di un rasoio.
Enigmatici sono anche gli “H-blocks”, giganteschi blocchi a forma di H, tutti identici nelle proporzioni e nelle dimensioni, come fossero stati prodotti in serie. Un caso unico al mondo, che non trova paralleli in nessun altro sito di scavo al mondo. Le superfici lisce, gli angoli retti e gli incastri a “puzzle” testimoniano una padronanza tecnica che continua a sorprendere archeologi e ingegneri.
Scoperto ufficialmente nel XIX secolo, ma esplorato più a fondo solo nel corso del Novecento, Pumapunku mette in discussione le tecnologie delle civiltà precolombiane che, si ricorda, non conoscevano né la ruota né l’uso del ferro.


Le linee di Nazca: lo sguardo al cielo
Più a sud, per oltre 400 chilometri quadrati di deserto peruviano, si estendono le Linee di Nazca. Scoperte nel 1927 e datate tra il 200 a.C. e il 600 d.C., raffigurano animali, piante stilizzate, figure umanoidi e geometrie perfette, visibili soltanto dall’alto.
La loro realizzazione rivela una sorprendente padronanza di nozioni matematiche ed astronomiche. Alcuni studiosi le interpretano come un grande calendario; altri come spazi cerimoniali o rituali; altri ancora vi vedono il tentativo di comunicare con entità extraterrestri. Disposte lungo antiche vie di comunicazione, sembrano nate per essere “lette” da occhi d’altri mondi, come una sorta di mappa celeste.
E non smettono di restituire nuovi enigmi: nel 2023, grazie a droni e intelligenza artificiale, sono stati individuati oltre trecento nuovi geoglifi, tra cui figure antropomorfe bizzarre, scene cerimoniali e persino un inquietante pesce di ventidue metri che brandisce un coltello.
Sanxingdui: la Cina dimenticata
Nella provincia di Sichuan, non lontano dalla città di Chengdu, sorge Sanxingdui, un sito archeologico che obbliga a ripensare le antiche civiltà orientali.
Le prime tracce emersero negli anni Venti del Novecento, quando un contadino scoprì casualmente una serie di antichi artefatti. Ma fu solamente nel 1933, con gli scavi diretti dal missionario Crockett Graham, che migliaia di oggetti in ceramica, pietra e giada vennero alla luce. La scoperta più straordinaria è però del 1986: due pozzi sacrificali stipati d’oro, avorio e bronzi dalle forme inaudite. Tra i reperti spiccano una statua antropomorfa di oltre due metri, un albero sacro di bronzo di 800 kg e maschere dai volti innaturali, un unicum assoluto. In tutta la Cina antica non esiste una tradizione iconografica simile, tanto che alcuni ricercatori ipotizzano contatti con popoli ancora a noi sconosciuti.
Considerata per decenni un’enclave isolata, Sanxingdui sembra far quindi parte di una rete commerciale molto più vasta, attiva oltre 3.000 anni fa, lungo la quale potrebbero esistere altri siti archeologici inesplorati. Eppure non vi è stata ritrovata alcuna forma di scrittura, paradosso sorprendente, che rende ancor più oscuro il volto di questa civiltà dimenticata.


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