TSO

TSO: quarantena e vaccinazione forzata?

Secondo la Risoluzione ONU che ne disciplina l’attuazione, devono essere garantiti al soggetto del TSO imprescindibili facoltà e diritti. Vietata la sperimentazione di farmaci, o vaccini che dir si voglia.

Il TSO – ovvero trattamento sanitario obbligatorio – istituito dalla legge n. 180/1978 (legge Basaglia) e attualmente regolamentato dalla legge 23 dicembre 1978 n. 833 (articoli 33-35)[4], è “un atto composito, di tipo medico e giuridico, che consente l’effettuazione di determinati accertamenti e terapie a un soggetto affetto da malattia mentale che, anche se in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, rifiuti il trattamento”.

Da qui l’idea di “valutare il TSO per chi rifiuta la quarantena” da Coronavirus, vagliata per primo dal presidente della regione Veneto Luca Zaia e successivamente appoggiata da altri personaggi della politica come il sindaco di Bari Antonio Decaro. In base alla legge n. 180/1978 di cui sopra (quindi in Italia), è infatti il sindaco – cioè la massima autorità sanitaria di un comune – a poter disporre del TSO, ma solo “su proposta motivata da due medici, di cui almeno uno appartenente alla ASL territoriale del comune stesso”.

Non è così semplice: il TSO implica infatti nella sua attuazione complessi risvolti giuridici, così come evidenziato dalla risoluzione ONU che ne regola l’applicazione (ci sono alcune linee guida generali, ma poi ogni stato fa da sé; la Corte Federale tedesca è stato per esempio il primo organismo in Europa a bandire completamente nel 2012 il TSO quale misura “socialmente irrilevante e lesìva della dignità dell’uomo”).
La risoluzione ONU specifica per esempio che devono essere garantiti al soggetto del TSO imprescindibili facoltà e diritti. Tra questi, quello di “un equo processo, con udienza (non solamente scritto), avvocato e gratuito patrocinio, in cui sono esclusi rappresentanti degli istituti di ricovero e famigliari in conflitto di interessi”. Lo stesso art.1 della risoluzione specifica in tal senso anche il diritto di appello e la necessità che “la legge nazionale preveda tempi perentori e ragionevoli per la revisione periodica delle decisioni del giudice”. Non solo: il soggetto del TSO, cioè il paziente, o un suo rappresentante legale, ha anche  “il diritto di opporsi presso l’autorità giudiziaria, o altro organo indipendente, non solo per il ricovero coatto, ma anche per singoli trattamenti che gli vengono somministrati” (art. 11, comma 16).

Ad ogni buon conto, il TSO potrebbe presto essere disposto non solo per chi dovesse rifiutare la quarantene (in tal caso significherebbe obbligare il cittadino alla stessa, in casa o presso una struttura), ma anche a tutti coloro i quali dovessero rifiutarsi di sottoporsi al vaccino che, a detta dei rappresentanti politici europei, sarà “pronto” in autunno. In quest’ultimo caso, il TSO non obbligherebbe il cittadino alla quarantena, ma alla vaccinazione. C’è un ma: tra le restrizioni a tutela della libertà del cittadino previste dalla legislazione, compare anche quella relativa alla “disciplina del potenziale conflitto di interesse in capo alle strutture ospitanti”, vale a dire anche – è specificato – alla sperimentazione di farmaci.

Si aprirebbe a questo punto una seconda questione: il vaccino Covid-19 che arriverà in autunno, avrà già superato le diverse fasi di sperimentazione ed ottenuto il “via libera” dagli organi prestabiliti?

Meno di 1 anno per la ricerca, la sperimentazione e l’introduzione di un nuovo farmaco sarebbe un nuovo record, considerando che generalmente ne sono richiesti tra i 7 e i 10. Il sito ufficiale dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) lascia poco spazio alle interpretazioni: “Per comprendere le sue proprietà, quantificare il rapporto tra gli eventuali rischi e i benefici che se ne traggono dalla sua assunzione – si legge –  la molecola chimica che aspira a diventare un farmaco è sottoposta a una lunga serie di studi, condotti prima in laboratorio e su animali e poi sull’uomo. Queste ricerche, la cui durata oscilla in genere tra i sette e i dieci anni, sono a carico del “proprietario” del farmaco (il più delle volte un’industria farmaceutica) e si articolano in diverse fasi: studi “in vitro” e “in vivo” sugli animali (sperimentazione preclinica) e studi cosiddetti di fase 1, di fase 2 e di fase 3 eseguiti sull’uomo (sperimentazione clinica)”.

Puoi liberamente condividere questo articolo citando Singuia.earth come fonte.

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